“Gevrey Chambertin: le Roi et ses frères”
Gevrey Chambertin: le Roi et ses frères | Serata degustazione
4 Maggio 2022
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“Vini dell’altro mondo” | Degustazione Sud Africa

“Pinotage is not for sissies”. cit. Jan “Boland” Coetzee

Il Sud Africa per me è stato amore a prima vista; il mio viaggio in questo paese risale ormai a 4 anni fa ma non posso che ricordare con piacere le meravigliose esperienze vissute. Sicuramente un’immagine che mi torna in mente quando penso al SudAfrica è quella dei suoi spettacolari vigneti; filari a perdita d’occhio curati in modo quasi maniacale che fanno da cornice ad eleganti aziende dove lo stile coloniale si fonde a quello moderno. Malgrado però il mio interesse per il mondo del vino, devo ammettere che l’approccio alla cultura enologica sudafricana è stato a suo tempo piuttosto basico e sfuggente motivo per cui ho ritenuto la partecipazione a questa serata, organizzata dalla Fisar Prato, una buona occasione per “rifare i bagagli” e tornare anche solo con il pensiero in SudAfrica per poter non solo degustare alcuni dei prodotti che più lo rappresentano, ma anche per approfondire la conoscenza di quello che a tutt’oggi è il settimo produttore di vini nel mondo.

Rispetto a 4 anni fa, questa volta con me c’era un folto gruppo di cultori della materia e a guidarci in questo tour virtuale un brillante Filippo Franchini che ha saputo coinvolgerci a tal punto che a momenti sembrava davvero di essere in vigna durante la vendemmia, fatta rigorosamente a mano, o in cantina tra le botti dove fermenta lo Chenin Blanc. Alla vista dei vini in degustazione qualcuno già azzardava ipotesi sui possibili sentori o improbabili abbinamenti, ma la nostra guida prontamente ha frenato gli entusiasmi sottolineando l’importanza di raccontare come la storia e la natura abbiano in qualche modo premiato questo territorio dando vita ad un settore vitivinicolo degno di nota.

Come fa un paese che si trova a latitudini cosi basse, ad avere una tradizione enologica di più di 350 anni e quasi 96000 ettari vitati? La risposta è piuttosto complessa ma la si può racchiudere nel connubio tra la presenza di correnti favorevoli che smorzano le temperature elevate , un terreno ricco di arenaria e granito con zone di scisto e calcare in grado di limitare il vigore vegetativo della vite e una politica attenta dei produttori il cui principale obbiettivo è quello di salvaguardare l’ecosistema che circonda i vigneti. Cosi descritto non fa una piega ma la verità è che il risultato di oggi è legato ad una continua ricerca e sperimentazione, a momenti bui che hanno lasciato il passo ad anni sicuramente più floridi e ai continui investimenti non solo nei mezzi ma anche sulle persone.

Due parole sui vitigni più rappresentativi di questo paese. Tra quelli a bacca bianca, lo Chenin Blanc rappresenta il vitigno più diffuso e più coltivato e si caratterizza per una buccia molto fine, per la sua notevole acidità e per un importante residuo zuccherino. Grazie alla sua versatilità, viene usato per la produzione di vini spumante, vini dolci e vini secchi secondo diverse scuole di pensiero che prevedono o meno il passaggio in legno e l’ossidazione naturale. Tra quelli a bacca rossa, il Pinotage è sicuramente il vitigno bandiera del SudAfrica. Nato dall’unione del Pinot nero, dal quale eredita i profumi e l’eleganza, e del Cinsault responsabile della vigoria e della potente trama tannica. Anche per questo vitigno nel tempo si sono formate più correnti di pensiero; per qualcuno doveva dare un vino di “pronta beva” con il solo passaggio in acciaio mentre per altri il passaggio in legno era la “chiave di volta” per renderlo più apprezzato.

Dopo aver parlato di storia e di geografia, di ampelografia e terroir , è arrivato il “momento clou” della serata: i sommelier cominciano a versare il primo vino nel bicchiere decretando di fatto l’inizio di questa lontana “gita in cantina”. Prima tappa distretto di Robertson, provincia del Capo occidentale, caratterizzato da un terreno ricco di calcare e un microclima simile alla zona dello Champagne. Qui assaggiamo il GRAHAM BECK METHODE CAP CLASSIQUE blanc de blancs 2016, considerato uno dei migliori vini spumanti rifermentati in bottiglia. Graham Beck è un’azienda che produce solo vini spumante Cap Classique con uve raccolte a mano e selezionate in più passaggi e una produzione di 80 quintali per ettaro di cui il 50% va in acciaio e l’altro 50% in botti di legno da 205 litri. Una volta assemblato il vino sta 48 mesi sui lieviti. Nel bicchiere si presenta di un colore giallo paglierino intenso e si distingue per la sua brillantezza e per il perlage fine e persistente; rapiscono le sue note di tostato e di nocciola degne dei tanti mesi sui lieviti. Al palato, il vino si dimostra elegante e molto equilibrato con una gradevole punta di dolcezza, una acidità ben presente e ben amalgamata e una bollicina gradevole dal primo attacco in bocca ; buona la persistenza.


Seconda azienda STELLENRUST, nell’area di Stellembosch famosa non solo per la sua città universitaria ma anche per il ben noto Pinotage. Qui i terreni sono ricchi di granito e arenaria, e le vigne sono al riparo sia da temperature troppo elevate grazie al “Cape Doctor” che da precipitazioni copiose grazie alla presenza di una formazione montuosa che funge da “climatizzatore”. Di questa azienda è stato scelto per la degustazione lo CHENIN BLANC 2019- 55 BARREL ( 55 barrel sta per gli anni della vite) una delle migliori rappresentazioni di Chenin Blanc con passaggio in legno. In questo caso specifico, si tratta di barrique per il 90% rovere francese e per il 10% ungherese dove il vino “riposa” dopo 8 mesi di fermentazione spontanea e un mese aggiuntivo di permanenza sulle bucce. Nel bicchiere si riscontra in pieno la filosofia che c’è dietro alla creazione di questo vino che al naso presenta sentori di frutta candita, ananas, mango uniti a quelli di erbe mentolate e in bocca colpisce per la sua struttura, la sua morbidezza e senza alcun dubbio per la bella acidità.

Ci spostiamo di una decina di chilometri e ci troviamo metaforicamente davanti ad un’altra importante e vasta azienda, SPIER, che ha improntato la sua produzione su un vigneto di circa 40 anni recuperato e sul concetto di ecosostenibilità, operando un reciclo dei rifiuti quasi del 100%. Dopo la raccolta, le uve vengono messe in cassette di 8 kg preraffreddate e poi in botti di varia grandezza. Di questa azienda andiamo ad assaggiare lo SPIER 21 GABLES CHENIN BLANC 2019 ed essendo il secondo Chenin Blanc viene subito spontaneo fare il confronto; rispetto al precedente questo si mostra sicuramente più scarico come profumi con in più una nota di zolfo e di citrico mentre in bocca si dimostra subito più strutturato grazie sicuramente anche ad un’acidità ancora più importante ( le ghiandole salivari qui sono messe a dura prova) e una spiccata componente alcolica.

Abbandoniamo Stellenbosch e facciamo rotta 100 km più a nord, nel distretto di Swartland, dove le calde giornate sono mitigate da una corrente proveniente dall’Antartide. In questo territorio ricco di granito e scisto patria del Cinsault e del Sirah, si colloca la terza azienda di questa serata: FRAM. Con questa azienda iniziano le due degustazioni del vitigno più rappresentativo del Sud Africa, il celebre Pinotage sia nella filosofia purista, che punta ad un vino di pronta beva, che in quella più “moderna” con fermentazione in legno. Di FRAM assaporiamo il PINOTAGE 2016 , un blend composto per il 90% di Pinotage e per un 10% di Cinsault 2017. Caratteristica di questo vino la fermentazione in acciaio con aggiunta dei raspi e nessun passaggio di fermentazione in legno in modo da esaltare i tipici sentori del vitigno. Spicca nel bicchiere per il suo color porpora intenso dovuto alla buccia ricca di antociani e per i profumi di frutta rossa sotto spirito, amarena, ribes e lampone ai quali si uniscono quelli di liquirizia, cannella, chiodi di garofano e noce moscata. Una acidità spiccata e un tannino ancora verde lo contraddistinguono al palato insieme ad una chiusura piuttosto tagliente e amara. Qualcuno si aspettava nel finale la nota di caffè che però non è stata dai più intercettata.

Per assaggiare il secondo Pinotage, ci spostiamo nella municipalità di Breede Valley nelle vicinanze della città di Worcester, nell’azienda a conduzione familiare di BEESLAR. Il vino in degustazione è il PINOTAGE 2018, primo classificato tra i migliori 20 pinotage del sudafrica; solo all’idea di assaggiare un vino medaglia d’oro, il clima si surriscalda e le aspettative arrivano alle stelle, considerando anche che l’annata in questione è stata una delle più calde del SudAfrica. Il percorso che ha portato questo vino da una vigna di non più di 2 ettari e mezzo fino al nostro bicchiere è stato piuttosto lungo e supportato da anni di studio e di tentativi; le uve vengono raccolte a mano e fanno una fermentazione spontanea a 28° in botti a cielo aperto per poi passare 21 mesi in barrique da 205 litri. Il risultato? Un colore intenso e brillante, un bouquet complesso di frutta a bacca rossa e marasca ma anche di ematico, caffè, tostatura, tabacco, liquirizia, vaniglia e chiodi di garofano. In bocca si contraddistingue per una trama tannica sicuramente ben strutturata, una bella acidità e un carattere più avvolgente. Insomma, primo premio meritato!

Siamo al termine della serata e più che soddisfatti degli assaggi cominciamo a salutarci quando dalle retrovie esce una bottiglia avvolta nella carta stagnola: è l’intruso da indovinare! Ovviamente abbiamo provato a chiedere indizi per poterci avvicinare il più possibile alla soluzione ma l’unica cosa che ci è stata detta è che era un monovitigno. Mi piacerebbe descrivere con più dovizia di particolari l’esilarante caccia al vitigno in questione ma diventerei fin troppo prolissa; posso solo dire che dopo Sirah, Cabernet Franc, Sangiovese, Pinot nero e chi più ne ha più ne metta, è uscito il fatidico nome, NEBBIOLO! Con la sua fermentazione in acciaio e i 16 mesi in botti di rovere nei nostri bicchieri c’era il Nebbiolo 2017 di Steenberg.  

Siamo davvero giunti alla fine di questo viaggio meraviglioso tra alcune delle più riconosciute wine estate del SudAfrica; un ringraziamento speciale va alla Fisar Prato e a Simona Orlandi per aver fatto decisamente una scelta accurata dei vini da presentare e a Filippo Franchini che li ha saputi raccontare con la passione che lo contraddistingue.

Ai lettori dico …se avete un giorno la possibilià di visitare questo paese fatelo perchè sicuramente non ne rimarrete delusi.

articolo di Elettra Pace